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#19 Storie di Morwen: Come una sirena

Rubrica a cura di una giovane scrittrice che, una volta al mese,
vi farà entrare nel suo mondo di suggestioni, arte e magia.
* Ogni brano presente in questa rubrica è una produzione creativa di Morwen *


Buongiorno, lettori!
Questo è il nostro ultimo appuntamento prima della pausa estiva e ho pensato di salutarvi con uno dei classici più intensi della letteratura inglese: Amleto, di William Shakespeare. Io ho amato questa tragedia, commossa in particolare dalla figura di Ofelia e dal brano che ne descrive la morte. Ho scelto un approccio particolare per accostarmi a lei, alla mesta delicatezza di questa figura, che passa attraverso il quadro di Millais.



Io sono Elizabeth Siddal. Sono sdraiata in questa vasca d’acqua fredda da un tempo che non riesco più a calcolare. Non sono io l’artista, dicono. Non sono io che creo. È il pittore seduto oltre la tela, che guardandomi vede in me la sua Ofelia. Eppure io sono più simile a lei di quanto lui creda. Lui vede un viso etereo e fluenti capelli e crede di riconoscere in me la femminilità che aspira ad immortalare, la stessa della tragica fanciulla dell’Amleto. Ma io sono molto di più. Ofelia è molto di più. Non è una donna fragile incapace di imporsi, non è una creatura evanescente governata dalla volontà degli uomini come il volo di una farfalla è deviato dal vento. Lei è una donna che ama. Ama e agisce per amore. Ama ed è schiacciata, distrutta dal suo amore. Distrutta da ciò che gli altri si aspettano che lei sia. E io chi sono? Io che giaccio in questa vasca fingendo di non essere  altro che un’eterea fanciulla. Io che nascondo ciò che credo spaventi. Io che bisbiglio sottovoce i miei versi, temendo che un mondo di uomini possa disfarli con una parola troppo scortese. Io e Ofelia, siamo forse così diverse? Lei, divisa tormentosamente tra l’innamorata che è e la figlia che vuole essere, entrambe brutalmente strette nel pugno troppo rozzo di uomini che pretendono di conoscerci. Oh io non ho bisogno di essere protetta. Io sono forte e libera e indipendente. Ma ho bisogno di essere amata. E l’amore annienta ogni cosa. Distruggerà anche me? Fa freddo in questa vasca. Quel freddo che può esserci solo prima di esserti innamorata. O dopo, quando vieni distrutta fin dalle fondamenta del tuo essere.


E voi avete letto Shakespeare? 
Cosa vi trasmette questo quadro?



Commenti

  1. Scelta fantastica questa di far parlare la modella del quadro che rappresenta Ofelia nel mondo... tra l'altro mi sembra di ricordare che la Siddal si prese una seria bronchite per essere stata ore in acqua al freddo, in posa, perché comunque era un'artista anche lei. Hai veramente reso l'essenza di questa donna secondo me, bravissima.

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    1. Ciao Nadia! Ti ringrazio, sei sempre molto gentile :3 Sì, esatto, si ammalò in quell'occasione. Mi ha subito trasmesso qualcosa la figura della Siddal, modella e poetessa, che tra l'altro muore suicida. È una figura di donna sensibile ma decisa e a tratti mi è sembrato di vedere un qualche effabile legame con Ofelia che ho voluto lasciar trasparire.. Grazie per avermi letta, è sempre un'emozione sentire di aver trasmesso qualcosa :) Un abbraccio

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  2. La scelta di far parlare il quadro è stata davvero meravigliosa ma ancora di più lo è la verve tragica del passo. Unire i due personaggi è stato come unire due vite nella tragicità e raddoppiare la carica del dramma. È proprio quel continuo sottostrato di freddezza quasi apatica che rende tutto così consapevolmente amaro. Bravissima <3

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    1. Grazie ** mi ha così colpita questo intreccio di anime che non potevo non cercare di raccontarlo.. Grazie per la tua sottile dolcezza ‹3

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  3. Breve ma intenso questo tuo piccolo capolavoro.
    Grazie per dato voce a due protagoniste femminili, l'una specchio dell'altra.
    Vengono i brividi se pensiamo alle tante Ofelia che la storia ha visto e continua a vedere ogni giorno.
    Da questo quadro, tra l'altro, durante un corso di Letterature comparate che ho avuto modo di seguire un paio di anni fa, la prof ci propose un confronto con una poesia di Rimbaud, intitolata proprio "Ophelie".

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